La tv che offende le donne
«Come donna qualche volta mi sono sentita offesa» dai programmi televisivi. «In quel caso la cosa migliore è cambiare canale o spegnere del tutto che è più salutare» Elsa Fornero ministra del Lavoro e delle pari opportunità.
Forse Fornero non pensava a Sanremo – da quando è ministra non guarda la tv – eppure anch’io che non guardo Sanremo da tempo, quest’anno per scelta deliberata proprio per boicottare una trasmissione sessista, mi ritrovo le pagine dei giornali piene di non notizie sulle donne del festival, meglio di pettegolezzi sul loro abbigliamento. Anche i giornalisti fanno la loro sporca parte.
Nel gubbio
Giorni d’inverno
Albo-nigro signanda lapillo

Formidabile incipit di Guido Ceronetti. Segna di nero i giorni bianchi della neve rinchiuso in casa in un paese dell’Appennino.
Il contrasto bianco-nero è la crifra del nostro Paese. Sempre sospesi fra orrore e folklore, fra farsa e tragedia, mai quei toni da mezz’ombra della normalità. Un’ondata di maltempo molto annunciata mette in ginocchio la capitale, la neve blocca la dorsale appenninica e la costa adriatica, il gelo non fa distinzioni geografiche e per venerdì si attende nuovo vento freddo siberiano. E così ancora una volta la cattiva gestione amministrativa si alterna agli episodi di generosità e senso civico, l’altalena fra bianco e nero.
Persino ministri e ministre, da tecnici che sono, non si sottraggono ed oscillano anch’essi incerti fra la sobrietà del tecnico e la battuta del politico. Battute non casuali che affrontano la cruciale questione del lavoro per i giovani e le implicazioni sociologiche che ne derivano con troppa semplificazione e leggerezza, perdendo di vista la complessità del tema. Come se tutto il mondo del lavoro giovanile fosse riducibile all’affrancamento dalla noia da posto fisso ed alla saudade per le comodità che la vicinanza dei genitori comporta, che pure ci sono o ci sono state, ma che non sono certo la cifra che ci restituiscono i dati correnti della disoccupazione e povertà crescente delle famiglie.
Perché pure questi tecnici li vorrei capire: anche loro hanno la visuale corta, la stessa attenzione all’immanenza dei politici di lungo corso anche se dichiarano che a loro non importa l’efficacia della comunicazione perché non hanno bisogno di consenso. Eppure anche loro degli squilibri dovrebbero preoccuparsi: se tutti i giovani di buona volontà emigrano, le loro aree di origine -che troppo spesso stanno ancora al Sud – si impoveriscono di talenti ed energie giovani, senza contare che, se vanno all’estero, si perde l’investimento che lo Stato fa nella loro istruzione. Non è solo lo spread dei Bund tedeschi che dovrebbe preoccuparli, ma l’aumento delle differenze, il divario crescente fra la buona e la cattiva o assente occupazione, fra l’urbanesimo massivo e lo spopolamento dei piccoli centri, fra l’alta velocità ed i treni dei pendolari che non hanno più neppure le carrozze letto.
I lupi sono tornati in paese, viaggiare è di nuovo un’avventura, di lavoro si torna a parlare come ai tempi del Capitale.
Nigro signanda lapillo, segnateveli questi giorni bianchi.
Milano, un paese normale.
Piazza Meda a Milano, ore 23.00: all’uscita dalle prove aperte della Filamornica della Scala incrocio un signore seduto sotto i portici che con tre ombrelli aveva costruito un riparo di fortuna. Non faccio neppure in tempo a comporre il numero che l’amministrazione ha predisposto per l’emergenza freddo (lo ricordo 02.88465001/2) che c’è una squadra della Croce Crossa, evidentemente già allertata. Tre ragazze arrivano con generi di conforto e portano il signore in un centro di accoglienza.
Le strade sono pulite, sui marciapiedi neppure un filo di ghiaccio, nonostante le temperature abbondatemente sotto zero.
Siamo in pieno centro città, è vero, ma dopo le immagini e le vicende romane è così rassicurante sapere che c’è anche un Paese normale. Che se nevica si attrezza (d’inverno può succedere, anche nel paese del sole) per far fronte alla situazione e pensa anche a chi un tetto per dormire non ce l’ha.
A risaputa
c’era pure la guerra nel partito: Il Pd: di lui non ci siamo mai fidatiUn anno e mezzo fa era stato protagonista di una bufera all’interno del Pd, di una vera e propria guerra combattuta a suon di tessere, ricorsi e carte bollate.
Dei circa cinquemila iscritti al partito, ben 1.800 erano nuovi tesserati, quasi tutti vicini a Lusi, con 15 circoli di nuova costituzione su 65 totali. Al centro della diatriba l’elezione del segretario provinciale. La commissione regionale per il Congresso, aveva sospeso l’elezione perché la Commissione di garanzia regionale aveva deciso di estromettere dalle votazioni tutti i nuovi iscritti a partire dal 21 luglio 2009 poiché non autorizzati dalla direzione del Partito.
… dall’intervista di Michele Fina, ex segretario del Pd de L’Aquila
Fina, ma queste cose lei le ha viste?
«Viste e fatte notare a chi aveva responsabilità politiche ed organizzative di livello superiore. Noi ci siamo battuti contro Lusi sul territorio per anni. E’ stato un confronto-scontro spesso leale, qualche volta sleale, che abbiamo sempre condotto in assoluta solitudine. Coloro che potevano vigilare ed approfondire hanno avuto un atteggiamento pilatesco ed oggi dovrebbero usare parole un po’ meno veementi e se possibile anche un pizzico di autocritica»
Lei ha detto che Rutelli partecipava alle iniziative elettorali di Lusi, che molte cose erano sotto gli occhi di tutti. Pensa che l’ex leader della Margherita dovrebbe ritirarsi dalla vita politica?
«Guardi, io ho svolto il compito di segretario locale per tanti anni e se il mio tesoriere avesse fatto qualche sciocchezza ne avrei risposto personalmente. Altro che parte lesa! Lusi, prendendo su di sé tutte le responsabilità, è stato più dignitoso.
. La domanda è: un leader che non sa scegliere il proprio tesoriere può dare assicurazioni sulla sua capacità di governare un Paese?»
Candidature
All’insaputa
Tesoriere, la parola del giorno
Non sembra. Luigi Lusi, senatore Pd e tesoriere della fondazione che gestiva i fondi della Margherita, ha ammesso di aver sottratto 13 (tredici!) milioni di euro ed è già pronto ad una transazione riparatrice di cinque milioni. Lusi, insomma, è disposto a portare la croce, ma senza cantare, perché sa bene che in tanti hanno chiuso gli occhi.
Si scopre infatti che, già nel giugno dello scorso anno, Arturo Parisi aveva segnalato, in seno all’Assemblea federale chiamata ad approvare il bilancio, “opacità di bilancio che imponevano risposte dettagliate”. “Ricordo voci in uscita per milioni di euro – dice Parisi – giustificate come “attività di partito”. Peccato che la Margherita non esisteva più da 4 anni”. E si scopre anche che l’”organismo di verifica” chiamato a una revisione su quelle opacità (ne facevano parte tra gli altri Rosy Bindi, Dario Franceschini, Beppe Fioroni, Enrico Letta) trovò il modo di non riunirsi mai. Carlo Bonini, Repubblica, 1 febbraio 2012
E infatti ieri sera a Ballarò un ormai livido Enrico Letta all’intervento di Maurizio Crozza nulla ha saputo replicare. Non una parola che riuscisse a spiegare come mai nessuno si fosse accorto dell’ammanco milionario. Un bilancio farlocco, pieno di rimborsi elettorali per un partito che non esiste più. Eppure nella Margherita il Comitato Federale di Tesoreria, per statuto, deve svolgere funzioni di indirizzo e controllo sulle politiche di bilancio, mentre i revisori dei conti devono esprimere il parere sul bilancio e sul conto consuntivo; controllare la regolarità dell’amministrazione e della gestione del patrimonio; formulare eventuali rilievi agli organi competenti. Chi erano i tre revisori e dov’erano?
Lusi è un senatore eletto nel Pd, partito formatosi dalla fusione – più o meno fredda – di Dl-Margherita e Ds, i cui patrimoni originari sono stati affidati a fondazioni per evitare problemi di con-divisione economica. Il Pd ha chiesto le dimissioni di Lusi, la riunione urgente della Commissione nazionale di Garanzia si riunirà presto per valutare la vicenda.
Allora, premesso che i soldi dei rimborsi elettorali sono di tutti noi e che la loro gestione per questo motivo deve essere trasparente e che è pura follia che tali rimborsi siano dovuti anche a partiti che non esistono più, sarebbe ora davvero il caso che i bilanci dei partiti venissero sottoposti ad un serio regime di controllo. Non basta la nota della società di revisione sul rendiconto di bilancio, occorre che siano completamente ripensate le forme legate a chi gestisce l’amministrazione finanziaria di un partito. Il solo tesoriere evidentemente non basta, occorre far riferimento a forme più evolute di gestione amministrativa, a sistemi plurali di gestione e controllo dei bilanci. Ed è il caso che di questa esigenza si facciano interpreti subito quei partiti che ambiscono a tornare a governare il nostro paese. Partito democratico in primo luogo.






