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Il grado di libertà del segretario capolista

01/07/2013

In Sardegna, Lombardia, Basilicata, Toscana, sono diversi i segretari regionali del Pd che diventano capilista. In molte regioni, ma non in tutte. Val la pena di ricordare che la regola aurea che vuole il segretario candidato, così fortemente voluta da Veltroni e dai suoi consiglieri Ceccanti e Vassallo nello statuto del Pd, è di diretta derivazione leninista (il partito controlla le istituzioni) ed è passata anche nelle democrazie, vedi quella anglosassone, per la sua efficacia in termini di controllo del potere, mentre la nostra Costituzione non prevede affatto l’automatismo (qualcosa vorrà pur dire) ed anzi affida l’indicazione del presidente del Consiglio al presidente della Repubblica.

La contaminazione dell’ambito di partito con quello delle istituzioni è un tema poco affrontato, perché l’accoppiata partito/istituzioni fa funzionare molto bene la macchina dei consensi elettorali, ma corrompe il sistema politico. Va tutto a Bersani il merito di aver rotto l’automatismo segretario/premier con la modifica dello statuto e di aver introdotto le primarie per i parlamentari, sia pur con molti limiti.

Così appare strano che per la composizione delle liste del Pd il criterio di scelta dei capilista non sia omogeneo: ci sono alcuni segretari regionali, ma non tutti. Perché?  Se il compito del segretario regionale è definire proposte di candidatura da sottoporre alla direzionale nazionale che abbiano una qualche valenza territoriale, appare subito netto il conflitto d’interessi se sono loro stessi parte in causa, se devono la presenza in lista alla loro lealtà nei confronti del segretario. Diventa difficile trattare, ad esempio, sul numero di candidati in posizione eleggibile che la segreteria nazionale si riserva per ciascuna regione.

In Sardegna Silvio Lai minaccia di dimettersi se davvero domani la direzione nazionale dovesse decidere di escludere tre vincitori delle primarie per far posto a tre nominati nazionali. Per la Lombardia i nominati che arrivano da Roma sarebbero molti di più, tant’è vero che nella direzione di venerdì scorso sono stati in molti ad esprimere rimostranze, ma il segretario regionale lombardo Maurizio Martina più che un blando impegno a chiedere la riduzione della quota nazionale non ha preso. In Sardegna Lai sa bene che se avvallasse la “pretesa” della segreteria nazionale, “si troverebbe nella condizione di dover gestire un partito che, a livello locale, è stato penalizzato in tutte le sue componenti. E di essere, suo malgrado, responsabile diretto di una delle esclusioni”. Preoccupazione che invece pare non avere Martina, anche se il cospicuo numero di nominati nazionali finirà per rendere molto complicata la situazione interna risultato delle primarie. Ma le rimostranze sono rimaste lì, perché la mozione del segretario con la proposta dei capilista delle tre circoscrizioni lombarde della Camera (Bersani, Martina, una donna) è stata approvata con solo due voti contrari (uno era il mio). Il segretario candidato deciderà o suggerirà le candidature, come se l’arbitro tirasse anche lui un tiro in porta.

Domani nella direzione nazionale verranno composte le liste e così si conoscerà il grado di libertà di ciascuno.

PS: per la Lombardia c’è una questioncella non da poco che sarebbe bene chiarire PRIMA dell’inizio della campagna elettorale: chi e come la finanzia, perché non vorremmo sentir di nuovo parlare di Fare Metropoli.

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