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L’insostenibile tricolore di Alex

08/09/2012

Alex Schwazer faceva triste anche con il tricolore sulle spalle dopo la vittoria a Pechino nel 2008, perché i marciatori fanno tutti un po’ pena. 50 km non sono una gara, sono un’espiazione, un cammino penitenziale che si addiceva ai pellegrini di un tempo, non agli atleti dei tempi moderni icone della velocità. Ogni vittoria è una storia di fatica e sacrificio, a volte così estremi da cancellate l’uomo che c’è dentro l’atleta. Per una medaglia si conduce un’esistenza coatta, palestra, piscina o campo di gara e nient’altro nel cuore e nella testa. Certo, c’è l’adrenalina della vittoria, la sconfitta dell’avversario, il sentimento di aver superato un nuovo limite, personale prima che mondiale. E poi c’è la fama, i campioni dello sport che diventano  idoli usati come efficaci icone di glamour per il  marketing pubblicitario.

Anche oggi Alex Schwazer fa pena: la sua ammissione fra le lacrime di aver usato eritropoietina non può che rimandare alle immagini della fatica di ieri che oggi non riesce più a reggere. Si può dire basta, smetto, tracciare una linea sulla propria esistenza e ricominciare tutto da capo, oppure restare avvolti e sedotti dalle strade artificiali che consentono prestazioni migliori. Il timore di non essere più all’altezza del ruolo che ci si è costruiti con così tanta fatica ed l’ansia di mancare la prestazione richiesta pesano su tutti atleti dopo vittorie importanti, ma la fragilità di questo ragazzo pare avere ragioni più profonde ed antiche.

La sua biografia racconta una grande solitudine: viveva a Calice: “sette abitazioni e 31 abitanti, tra cui un ragazzo che ogni mattina imposta il cardiofrequenzimetro, saluta il fratello Oliver e non torna a casa finchè non ha percorso almeno 40 km, ascoltando i rumori dei suoi boschi, salutando i villeggianti stupiti del suo passo, e sognando un ricco piatto di canederli”. Nel civilissimo Alto Adige possono celarsi, fra i balconi coi gerani rossi e la legnaia, realtà da oppressione culturale e psicologica.

Impegno, fatica, sacrificio e passione sono i miei compagni di viaggio quotidiani, come i boschi e i sentieri della mia valle.

Dall’alta valle Isarco sino ad una farmacia di Antalya dove sostiene di aver comperato l’epo, in un racconto che mescola brandelli di sincerità e bugie. Sarà semplice verificare se sia effettivamente andato in solitario in Turchia oppure si sia affidato ad uno dei tanti sciamani della chimica. Più difficile sollevare il tricolore dalle sue spalle.

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