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Cernusco non è un paese per donne

06/11/2012

Nessuna eletta in consiglio comunale, entrano due donne solo grazie al gioco delle rinunce dei consiglieri nominati assessori, ma anche così si arriva ad una percentuale del 12.5%, ben al di sotto della presenza femminile in Parlamento (19%) che pure è fra le più basse in Europa e nel mondo. In giunta si arriva al 40%, due donne su cinque, le deleghe riguardano gli ambiti di tradizionale appannaggio femminile  (politiche sociali, famiglia, educazione, cultura e lavoro); le deleghe pesanti  (gestione del territorio, lavori pubblici, bilancio, personale) vanno agli uomini, così come le nomine di vicesindaco e presidente del consiglio.

Un vero vulnus nella città delle buone pratiche politiche. Il gruppo UDI Donnedioggi Cernusco E Martesana segnala in un post che tale deficit democratico si è verificato nonostante:

il lavoro di sensibilizzazione e richieste precise fatte da parte nostra ai partiti e ai movimenti politici, oltre che ai candidati Sindaci, perché aumentassero il numero delle donne presenti nella politica amministrativa

Con la consapevolezza acquisita dopo il risultato elettorale segnalano come la moral suasion non basti a colmare la lacuna, fanno appello all’introduzione di “norme e regole obbligatorie” da parte di partiti, movimenti politici, istituzioni per arrivare ad una rappresentanza paritaria e concludono con l’auspicio che le donne sapranno fare, anche in politica, scelte coraggiose e portare novità fondamentali per tutta la società. 

Se richieste fatte in fase di campagna elettorale -momento in cui il potere contrattuale poteva essere più elevato- sono rimaste lettera morta, non basta oggi il grido di dolore e l’appello a norme più stringenti sulla parità di genere nella rappresentanza o, peggio, il retorico auspicio alle scelte coraggiose delle donne. Perché, capiamoci, detta così le scelte coraggiose delle donne resteranno, al solito, i salti mortali necessari a dividersi fra casa, lavoro, famiglia, politica, relazioni sociali, culturali. Qual è la novità?

Intanto alcuni dati strutturali: i candidati sindaco erano nove, nessuna donna. Nelle liste sedici liste presentate le candidature femminili rappresentavano il 36% , in solo due di queste la percentuale era superiore al 50% e quindi meritano di essere citate: Amo Cernusco 58,33% e Persona e Città 68,75%. Sette avevano come capolista una donna (43%).

Quindi i dati di partenza, relativi a quei collettori di istanze collettive che sono i partiti, erano già un buon indicatore della loro scarsa sensibilità rispetto alla presenza paritetica delle donne nelle stanze della politica. Ancora peggio, se possibile, va se si analizzano i programmi e l’incidenza di questo tema nel dibattito elettorale. Alla democrazia paritaria non ha riferimento nessuno, non ci sono differenze fra destra o sinistra, né fra partiti, movimenti, liste civiche. Delle donne si considerano, con maggiore o minore sensibilità, i temi legati strettamente a quello che un tempo era chiamato lo “specifico femminile”, ma manca il cuore del problema ovvero la loro esclusione dalla polis: la nascita del concetto di cittadinanza -intesa come partecipazione alla vita politica proprio rispetto al livello istituzionale più prossimo- viene costruita per insensibilità o, peggio, per calcolo senza pratiche di riequilibrio della rappresentanza.

E questo clima culturale, prima che politico, si riflette sulle istituzioni che non nominano le donne ai vertici delle cariche elettive di secondo livello (consiglio, giunta, partecipate). Eppure si tratterebbe di innovazioni che non hanno incidenza economica, non peserebbero sui bilanci, ma solo sul piatto della democrazia. Certo costano in termini di cessione di potere e di rimodulazione dello “stile” della politica e quindi la loro introduzione avrebbe un peso culturale significativo in un contesto sociale ancora evidentemente riferito alla fenomenologia della donna nel solo ambito familiare. Emblematico al riguardo è anche il profilo sociale che emerge dal bilancio sociale di mandato, un documento istituzionale quindi, dove le donne diventano uno degli “stakeholder” (tradotto come portatori d’interesse) all’interno dei servizi alla persona, piuttosto che una delle parti interessate al processo di costruzione della cittadinanza.

D’altra parte una quota di responsabilità è ascrivibile alle donne stesse perché, pur essendo la maggioranza dell’elettorato, non votano le donne, non fanno lobby. Eppure le donne nelle associazioni cittadine sono numerose, quindi non è un problema di ignavia o di disinteresse per l’impegno civile. Una lettura possibile è che si tratti anche di un segnale di estraneità ai meccanismi della politica, alle logiche ed ai tempi dei partiti e, al contrario, di adesione ad altre dinamiche di partecipazione, quelle dei movimenti o dei comitati per i beni comuni ove vige una forma di maggiore diffusione del potere. Come dire, le donne sono più avanti. Ma il paradosso si ferma qui, perché in realtà ciò che davvero fa la differenza è la consapevolezza formale della democrazia paritaria.

Un solo esempio, la Norvegia:

tutti i maggiori partiti norvegesi utilizzano un sistema di quote nelle candidature alle elezioni e nella formazione di organi governativi a tutti i livelli. Si tratta di un sistema che i partiti si sono autoimposti e che utilizzano volontariamente. La Norvegia non ha nessuna misura legale che obblighi al bilanciamento della presenza femminile all’interno di partiti politici o di organi eletti in modo diretto.
Un sistema di quote è stato anche introdotto nelle commissioni, nei comitati e nei consigli pubblici. Trenta anni fa, le donne rappresentavano soltanto l’11% dei membri di queste assemblee. Nel 1981, sono state introdotte nella legge sulla Parità normative riguardanti il bilanciamento obbligatorio dei sessi nei comitati pubblici, ecc., e, a partire dal 1988, il requisito minimo è di una presenza del 40% per entrambi i sessi. Dopo l’emendamento più recente, il livello di rappresentanza femminile è salito dal 22% ad uno stabile 40% nel 1997.

Emerge chiaramente come la natura procedurale della democrazia, nella definizione di Bobbio di “insieme di regole e di procedure per la formazione di decisioni collettive, in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati” sia essenziale alla qualità stessa della democrazia. Anche quella che riguarda Cernusco, perché diventi un paese per uomini e donne.

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