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L’Aquila: antropologia di un addio

04/12/2012

“Come ciechi che chiedono informazioni a un passante per attraversare la strada: si affidano a un’autorità”, così Antonello Ciccozzi, il ricercatore di antropologia culturale dell’Università dell’Aquila incaricato dalla procura di svolgere uno studio sull’incidenza delle informazioni  fornite dalla commissione Grandi Rischi al tempo dello sciame sismico rispetto alla percezione degli aquilani del rischio sismico.  Parole potenti che ricordano quelle di José Saramago in Cecità (…estamos cegos, Cegos que vêem, Cegos que, vendo, não vêem: ciechi, Ciechi che vedono, Ciechi che, vedendo, non vedono) sulla condizione di cecità delle persone che cancella le evidenze sino a far perdere loro la capacità di percezione dell’essenza del reale.

Il rischio dal punto di vista scientifico viene definito come il prodotto fra la probabilità che un evento si verifichi ed i danni che può provocare,  quindi nel caso dell’Aquila aveva un valore molto elevato. Esiste però un rischio reale che ha a che fare con la percezione che ne hanno le persone. Ed è questa percezione culturale che, secondo Ciccozzi, le rassicurazioni della Commissioni Grandi Rischi hanno falsato aumentando la vulnerabilità della cittadinanza. La comunità scientifica come un iman, fonte di autorità indiscutibile che orienta il senso comune è la metafora forte utilizzata dall’antropologo per sottolineare il condizionamento subito. “I soggetti tendono a infantilizzarsi, assumere le informazioni dell’autorità in modo acritico e aprioristico. C’è una sospensione del giudizio, ci affidiamo a quello che dicono gli esperti. La commissione si poneva in veste ufficiale, di autorità costituita legittimata a interpretare quello che stava succedendo.

D’altra parte anche un articolo di Joel E Cohen (Rockefeller e Columbia University) prende spunto proprio dal processo dell’Aquila con il titolo esplicito “un crimine sismico” analizzando le difficile relazioni fra tecnici, amministratori e scienziati sociali rispetto alla comunicazione. Salomonicamente Cohen conclude: “Legislators, prosecutors, and judges, in particular, need to understand what natural sciences, social sciences, and engineering can and cannot offer. At the same time, natural scientists must become better educated to work effectively with engineers, public administrators, and social scientists (for example, economists, demographers, and psychologists) to communicate the consequences of scientific findings, especially when high risks are involved“.

L’Aquila quindi come laboratorio di cattive pratiche. Anche dopo il terremoto nella ricostruzione che non c’è o che è diventata un cattivo esempio, come racconta Tomaso Montanari a proposito de l’insensato (ma assai lucrativo) scempio paesaggistico e sociale delle C.A.S.E. o come denuncia con forza Vezio De Lucia in L’Aquila addio sulle indicazioni contenute nello studio OCSE-Università di Groningen “Rendere le Regioni più forti in seguito a un disastro naturale. Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell’Aquila” finanziato dal ministero dello Sviluppo economico (Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica) e da CGIL, CISL, UIL. Dell’Aquila rimarrà solo un guscio antico,  “celebrazione del passato“, perché gli interni dei suoi edifici verranno modificati con “moderne soluzioni architettoniche e ingegneristiche… con lo scopo di creare luoghi moderni destinati alla vita quotidiana, al lavoro e al tempo libero, vista come mezzo di costruire un futuro nuovo e sostenibile”. Perdendo per sempre quel genius loci della città fatto dalle relazioni profonde fra territorio, identità e cultura.

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