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 Caro Antonio … tutto ė nel tempo

03/25/2012

Caro Antonio Tabucchi,

La ringrazio. Il Suo libro è stato una gradita sorpresa. Ormai mi ero rassegnato a leggerLa in tedesco, del resto la Sua traduttrice, Karin Fleischanderl, è molto brava, ho visto che ha perfino ricevuto il premio Leibnitz per le sue traduzioni; e poi il mio italiano è ormai stanco, se così posso dire ricordando il titolo di quella Sua conferenza, “Il Tempo è stanco”, che fece nel nostro Istituto e che favorì la nostra amicizia nel Suo soggiorno zurighese. Delle persone che lavoravano nell’ Istituto, almeno quelle che Lei conobbe, non è rimasto più nessuno. Hans K., il nostro Schadenfroh, come lo chiamavamo scherzosamente, ha seguito come un destino la Schadenfreude che effettivamente portava dentro di sé. Ha abbandonato tutto ed è andato a vivere a Vinzel, un villaggio di collina fra Ginevra e Losanna, sopra la cosiddetta strada del vino. So che si è lasciato crescere una lunga barba, calza sandali anche d’ inverno, mangia solo verdure, coltiva ortensie azzurre e nel caffè del villaggio la sera gioca a carte parlando agli abitanti del meccanismo degli astri. Una specie di San Francesco che prima di diventare frate avesse studiato l’astrofisica. Alfred Z. è morto in un incidente d’automobile due anni fa, investito dal Tir di un camionista ubriaco. Io mi sono praticamente messo in pensione. Mantengo come piccola attività una sporadica collaborazione con una rivista scientifica americana e fornisco una consulenza a una grande fabbrica di orologi svizzera. Collaborazione sempre più rara, perché in questa epoca del digitale, i meravigliosi congegni che l’uomo ha inventato nel corso del tempo per misurare il Tempo sono ormai copiati in piccole memorie artificiali che ne riproducono il funzionamento in un modo passivo e senz’anima. Tutto ciò è sconsolante. Pensi: un’entità virtuale, nel senso che esiste solo perché noi la pensiamo (ricorderà Sant’ Agostino, sul Tempo: se non ci penso so cos’ è, se qualcuno me lo chiede non lo so più), è ormai affidata, nella sua misurazione, a uno strumento virtuale. E di ciò viene detto, quando è seguito nel suo corso, «tempo reale». Reale di cosa? Le confesso che provo una certa invidia per la scelta di Hans: forse sarebbe tempo che smettessimo di misurare il tempo e lasciare che sia lui a misurarci, buttare via i nostri ridicoli calendari, con la convinzione di attraversarlo come chi attraversa un’autostrada conducendo spavaldamente il suo veicolo, e lasciare che sia lui ad attraversarci, che poi è quello che in realtà succede. E abbandonarsi all’esserne attraversati, con la dolce rassegnazione di chi non guida ma è guidato, di non voler stare al posto del conducente ma di starsene appoggiati tranquillamente sul sedile posteriore, come il signore che è uscito a fare una passeggiata con la macchina guidata dal suo chauffeur.

Il Suo libro, che ho letto con molta attenzione, forse ha in qualche modo acuito i sentimenti di cui Le parlavo, o perlomeno mi ha ricondotto a certe riflessioni che ci girano in testa, ma che siamo riluttanti a mettere a fuoco, preferendo mantenerle in una sorta di ronzio indistinto, di rumore di fondo che non arriva a essere linguaggio significante. Avevo pensato di mandarLe le mie opinioni sul Suo Tristano, e poi mi sono sentito in imbarazzo, e soprattutto inadeguato. Una cosa erano le nostre serate al Kronenhalle, quando mi lasciavo andare ai miei entusiasmi per La montagna incantata, mentre Lei ascoltava con educazione delle banalità come se fossero alta filosofia, una cosa è mettere nero su bianco tutte le cose a cui la lettura del Suo Tristano mi ha fatto pensare. Però qualcosa voglio dirLe, e per farlo non mi arrischio sul suo terreno, che è la letteratura. Le parlerò di orologi. Ma prima di un orologiaio, un signore che si chiamava Abraham-Louis Breguet. Lo conosce? Breguet era un orologiaio di Neuchâtel stabilitosi a Parigi che ottenne dal ministero dell’interno francese il brevetto d’invenzione per un geniale meccanismo che si chiama «Tourbillon» (è proprio questo il suo nome ufficiale ancora oggi in orologeria). Era il 7 del Messidoro dell’ Anno Nono del calendario repubblicano, cioè il 26 giugno del 1801, quando Breguet poté assicurarsi il brevetto. Era la sigla di un’invenzione geniale: di qualcuno che aveva capito come riparare il Tempo dal peso del mondo. Mi spiego. Lei saprà che la forza di gravità (che chiamo il peso del mondo), quella strana forza della Terra che attrae tutto verso il suo centro, oggetti e creature (e forse anche aspirazioni) che popolano questo globo, esercita un’usura sopra ogni meccanismo, dal più rozzo al più perfetto. Non è l’usura del Tempo, è l’ usura della materia. Non mi dilungherò sulla descrizione del meccanismo ideato da Breguet per compensare gli effetti perturbatori dell’attrazione terrestre. Mi limiterò a dirLe che l’idea fu di riuscire a piazzare l’organo regolatore (bilanciere e spirale) in una gabbia metallica girante su se stessa. Grazie a un giro completo al minuto, il dispositivo annullava gli scarti di percorso, il ritardo del peso del mondo dovuto alla posizione verticale dell’orologio (a quel tempo gli orologi erano da tasca; per quelli orizzontali da polso è stato necessario attendere molto più tardi).

Come seconda cosa vorrei parlarLe del «Rattrappante». Credo che in italiano si chiami così con il calco dal francese, perché altrimenti come potremmo dire: «riacchiappante»? Forse sarebbe più bello, o ancora meglio quella parola che ho sentito spesso nei film italiani, «acciuffare», che dà proprio l’ idea di un uomo che afferra per i capelli il ladro che sta scappando col suo portafoglio. E’ uno strumento che in fondo «riacciuffa» il Tempo per i capelli, altrimenti quello scapperebbe per conto suo. Ma non il Tempo che Lei sta vivendo, perché quello Lei lo sta accompagnando sul Suo orologio. Lei, grazie a questo meccanismo, può misurare un altro tempo, cioè quello di un evento diverso rispetto al tempo che sta vivendo Lei. E grazie a quel meccanismo, Lei può ritornare sul Tempo che come un fiume in piena avrebbe tutto trascinato con sé, il tempo della Sua vita e l’altro, quello in cui Lei non si trovava. E’ un meccanismo che Le consente l’ ubiquità, come la memoria, che Le consente di leggere questa mia lettera stando dove si trova ora e insieme rivivere l’ epoca in cui conversavamo insieme, la sera, al Kronenhalle di Zurigo. Il modo in cui il Suo Tristano, in una lunga agonia, racconta la sua vita, mi ha fatto pensare a questi due meccanismi di orologeria. So bene che nel Suo libro ci sono molte altre cose: l’amore, la guerra, l’ eroismo e la vigliaccheria; tante cose che lascio a coloro che le sanno. Io non sono un critico, non sono più neppure un fisico. Mi può considerare semplicemente un modesto orologiaio svizzero. Ma tutte quelle cose di cui il Suo Tristano parla stanno dentro il Tempo. Tutto è nel Tempo, ha detto un linguista di cui parlavamo nelle nostre serate zurighesi, eccetto il Tempo stesso. Ho l’ impressione che il Suo Tristano lo abbia capito, proprio nell’ ultimo momento della sua vita, quando chiede di sapere che ora è. Mi scriva, caro amico, se trova il tempo. Mi farà sempre piacere. Un saluto cordiale dal Suo Ernst Studer – ZURIGO, 20 FEBBRAIO 2004

ANTONIO TABUCCHI

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