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Il piano cresci-Italia e Keynes

12/30/2011

 Il miglior commento alla conferenza stampa di fine anno di Mario Monti che avrebbe dovuto illustrare le misure per la crescita è l’epigrafe dell’editoriale di Paul Krugman sul New York Times di ieri: “The boom, not the slump, is the right time for austerity at the Treasury.”

Keynes aveva ragione, ma in pochi sembrano rendersene conto. Fra i pochi Laura Pennacchi, già sottosegretaria del governo Prodi con Azeglio Ciampi ministro del Tesoro, sua la delega allo studio dell‘impatto equitativo delle leggi finanziarie. Già, perché il governo Prodi e, soprattutto Ciampi, si erano preoccupati davvero che le misure adottate fossero  “eque”. Non a parole, come oggi ove la triade rigore, equità e crescita risulta solo uno slogan comunicativo.

Così ieri Laura Pennacchi, alla vigilia della conferenza stampa di Monti, già metteva in guardia rispetto alle politiche restrittive draconiane adottate in Italia ed in Europa, inadeguate ad arrestare la recessione, anzi destinate ad aggravarla.

Pennacchi, come Krugman, ricorda l’importanza delle misure keyniase adottate negli anni 30 per uscire dalla crisi.

Per evitare che le forze destabilizzanti prendano il sopravvento l’ipotesi keynesiana dell’intrinseca instabilità del capitalismo prevede, anziché solo nuove regolazioni e liberalizzazioni pur opportune, la necessità di uno stimolo fiscale pubblico di grandi dimensioni, del tipo di quello tentato da Obama negli Usa. Quell’intervento diretto dello Stato (che oggi dovrebbe configurarsi alla scala di una statualità europea) che, preteso anche e soprattutto dai neoliberisti quando si tratta di salvare le banche e gli operatori finanziari, per altre finalità si vorrebbe far «arretrare» con tagli di spesa e privatizzazioni. Keynes, invece, consiglierebbe piani di spesa pubblica diretta per il lavoro e per gli investimenti, finanziati in disavanzo con nuova moneta, distinguendo tra debito «buono» (quello, per l’appunto, per nuovi investimenti) e debito «cattivo» (quello per spesa pubblica corrente improduttiva) e tenendo congiunti il lato della domanda e quello dell’offerta, tanto più in una fase di squilibri nelle capacità produttiva tra eccessi in alcuni settori e deficit in altri. Per Keynes solo un regime di pieno impiego dei fattori della produzione giustifica il principio del pareggio di bilancio, che in ogni caso non può valere per gli investimenti pubblici, vero traino dello sviluppo economico in una fase in cui si tratta non solo di rilanciare la crescita ma di cambiarne la qualità e la natura.

Un vero piano per il lavoro dunque, unito a misure volte alla definanziarizzazione dell’economia (Tobin tax, tassazione dei patrimoni, controllo sui movimenti di capitale) e a misure che rafforzino la dimensione sovranazionale degli organismi europei. Un vero e proprio ripensamento del nostro sistema politico ed economico all’altezza delle sfide del presente e del futuro, un respiro piuttosto lontano dunque dai provvedimenti adottati.

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