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L’Aquila, una veglia funebre

04/06/2011


Il secondo anniversario del terremoto dell’Aquila si perde nell’urgenza dell’attualità sospesa fra la morte dei migranti nell’ennesima tragedia del mare e la prima udenzia del processo al presidente del consiglio per reati molto gravi, concussione e prostituzione minorile.
Scorrono in coda ai tg le immagine del presidente Giorgio Napolitano in visita nella zona rossa e a Collemaggio che cerca di rassicurare i famigliari delle vittime. Insieme a Gianni Letta, è l’unico rappresentante delle istituzioni nazionali. Gli altri non ci sono, per indifferenza o presi da altre priorità.  Al sindaco Cialente e a tanti aquilani vengono le lacrime agli occhi.
L’Aquila non c’è più, i suoi abitanti dispersi nella diaspora post sisma si sono ritrovati in ventimila nella notte per la grande fiaccolata che, alle 3.32 l’ora del terremoto, è arrivata in piazza del Duomo per ricordare le 309 vittime. Le immagini delle fiaccolata hanno una grande potenza evocativa, rimandano ad una veglia funebre, il silenzio, solo il rumore dei passi ed il crepitio delle fiaccole. Mi ricordano le processioni del venerdì santo, fra le tradizioni più diffuse e praticate all’interno della cultura abruzzese. Mancava solo il Cristo scalzo che portava la croce, anzi c’era, ciascuno portava la sua croce.
Il terremoto per noi abruzzesi fa parte della memoria collettiva, ognuno di noi ha un parente o un amico morto in uno dei tanti terremoti che nei secoli hanno colpito L’Aquila, Avezzano, la Marsica, l’alta valle del Sangro. Mio padre ha un amico che si chiama “Terramoto”, perché nato nei primi decenni del secolo durante una scossa. I cafoni di Ignazio Silone sono un’umanità dolente colpita dalla guerra e dal terremoto. Che poi sono gli eventi che lasciano ferite, sugli edifici e sugli uomini.
A chi crede è dato il conforto della resurrezione. A tutti gli aquilani ed alla loro città si deve restituire la speranza di tornare ad essere comunità.
Occorre ricostruire i sogni infranti quella notte di due anni fa, come scrive Giustino Parisse nella lettera suoi ai suoi figli, Domenico e Maria Paola, morti nel terremoto.

I tuoi sogni infranti, quelli di Domenico e di tanti ragazzi che come voi sono stati travolti mentre, quella notte maledetta, il sonno aveva preso il sopravvento, rassicurati e certi che il nuovo giorno sarebbe arrivato e che la strada della vita sarebbe stata ancora lunga, felice e perché no, faticosa. Avrei ancora tante cose da dirvi. Parlarvi per esempio dell’Aquila, di Monticchio (il paese in cui avevate tanti amici), di San Gregorio, di Paganica. Oggi fareste fatica persino a riconoscerli. Onna vecchia è sparita. Avrei voluto ricostruire subito la nostra biblioteca davanti al giardino dove su un cumulo di sassi ho ri-messo Biancaneve e due nani. Sì due. Perchè gli altri cinque li ho trovati in frantumi. Ma lì per ora non è possibile riportare i libri e l’archivio. Però ve lo prometto: entro Natale la nostra biblioteca rinascerà a Onna. Anche a costo di indebitarmi per tutti gli anni che mi restano. Ve lo devo. So che mi darete la forza necessaria. In fondo siamo sempre una bella famiglia. Ciao, al prossimo 6 aprile. Vi voglio bene. Papà.

Al prossimo 6 aprile.

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