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Primo marzo: amnesia mediterranea

03/02/2011

Noureddine Adbabe e Mohamed Bouazizi, li accomuna la stessa tragica morte: Noureddine era marocchino, venditore ambulante morto a ventisette anni il 19 febbraio dandosi fuoco a Palermo esasperato per i continui controlli cui era stato sottoposto, Mohamed era tunisino, anche lui aveva ventisette anni, si è dato fuoco dopo che gli avevano sequestrato il carico di frutta perché privi di permessi. La morte di Mohamed il 4 gennaio ha dato l’avvio in Tunisia all’onda di proteste che ha poi travolto anche Marocco, Egitto arrivando sino in Libia e lambendo anche Arabia Saudita, Yemen, Barhein ed Iran. A Noureddine è stato dedicato il Primo marzo in Italia, la “giornata senza immigrati“, che quest’anno si è svolta in tono e risonanza minore rispetto alla prima esperienza del 2010.

I temi all’ordine del giorno non sono cambiati (l’abrogazione della Bossi-Fini, l’estensione del permesso di soggiorno ai casi di sfruttamento sul lavoro, la cancellazione del reato di clandestinità e del pacchetto sicurezza, l’abolizione del permesso di soggiorno a punti, la chiusura dei Cie, una nuova legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli, la revisione del diritto d’asilo), anzi la crisi del mercato del lavoro li ha resi più urgenti e drammatici. Nel corso del 2010 sui tetti ci sono finiti gli operai italiani, quelli stranieri ed infine gli studenti, eppure la loro protesta è rimasta senza risultati, mentre nel mondo arabo è scoccata la scintilla della democrazia.

E’ difficile dire quale sarà la sua evoluzione, ma quei giovani hanno sicuramente messo al centro dello spazio pubblico la pluralità di idee, la separazione dei poteri, la convinzione che il potere tende a estendersi, se altri poteri non lo fermano e controbilanciano … per arrivare infine alla laicità, tappa essenziale delle democrazie d’occidente, come scrive Barbara Spinelli.

Emerge l’inadeguatezza della risposta dell’Europa e dell’Italia: ieri sera a Ballarò il ministro degli Interni Maroni parlava del (doveroso!) intervento umanitario in Tunisia per aiutare questo paese ad affrontare l’emergenza delle migliaia di profughi dalla Libia, ma null’altro metteva in campo oltre ad una vaga richiesta di aiuto e condivisione degli oneri da parte dell’Europa. L’asimmetria è grande, giustamente osserva Franco Cardini:

dovremmo piuttosto cercar di capire una cosa. Questa gente ci conosce ormai bene: molti di loro hanno parenti che vivono e lavorano tra noi, quasi tutti vedono i nostri canali TV e moltissimi navigano in internet. Ci sono molto vicini: troppo, per non rendersi conto che la nostra prosperità, inarrivabile per loro, poggia in gran parte sulle ricchezze che noi dreniamo dal loro mondo e sul loro lavoro come manodopera. Questo è il punto da capire e da discutere. Non il fanatismo religioso, ma la sperequazione economica; non la libertà di pensiero, ma la ridistribuzione delle ricchezze. Siamo maturi per affrontare questo problema in modo non miope e non egoistico?

No, non siamo maturi, anzi non abbiamo neppure colto le opportunità che erano state avanzate. L’editoriale di Romano Prodi sul Messaggero fornisce un quadro esemplare delle occasioni mancate dell’Europa, proposte semplici, ma di grande lungimiranza (la Banca del Mediterraneo, il collegamento delle sedi universitarie del Mediterraneo, lo sviluppo della biblioteca di Alessandria). Intanto gli USA di Obama stanno rientrando in gioco.  Amarissima la sua conclusione:

È tuttavia incredibile vedere come l’Unione Europea sia del tutto impreparata a favorire ed aiutare il cammino verso la democratizzazione. Ci riempiamo la bocca di parole come libertà diritti, democrazia e cooperazione e non abbiamo nessuna politica pronta, salvo doverla preparare in tutta fretta in caso si verificasse davvero un esodo biblico verso le coste europee.
Capisco come tutto ciò sia difficilmente proponibile in un periodo storico in cui la crisi economica si accompagna ad una crisi delle istituzioni europee. Ricordiamo però che il trattato di Lisbona è stato venduto all’opinione pubblica europea come il pilastro fondante della nuova politica estera comune. E triste doversi accorgere che, anche di fronte ad un evento storico così importante e che ci tocca così da vicino, la politica estera europea non esiste.

Storia e democrazia stanno passando davanti a noi, nel nostro mare (sempre più nostrum) e il nostro sguardo è rivolto altrove.

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