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Milano, Italia

11/12/2010

«Tutti quelli che legge lei sono finiti». Da qualche giorno a questa parte i ragazzi dell’edicola mi accolgono con queste parole, se la mattina faccio tardi e arrivo nel pomeriggio a comprare i giornali. Al mio sguardo interrogativo rispondono che la gente vuol sapere che sta succedendo nella politica nazionale e cosa dicono i candidati alle primarie per il sindaco di Milano. Per questo comprano più giornali.

Le persone si informano. E partecipano con vivacità e spirito dialettico alle numerose iniziative dei candidati alle primarie. In due mesi quasi ogni giorno c’è stata un’iniziativa o un’occasione di confronto e discussione. Non c’era che l’imbarazzo della scelta. Nell’ultimo giorno di campagna elettorale si può fare un bilancio di queste primarie. I candidati hanno dimostrato di conoscere bene la città ed i suoi problemi ed hanno anche cercato di delineare prospettive di lavoro. I confronti sono stati utili, hanno consentito momenti di dialettica reale, sia pur mitigata dalla volontà di non inasprire i toni.

Un altro elemento di valutazione riguarda la crisi dell’attuale classe dirigente politica della sinistra milanese da cui non sono emersi esponenti dal profilo adeguato alla competizione per il sindaco. Il Pd ha così fatto ricorso, con una scelta avvallata dalla sola direzione provinciale e senza una consultazione fra gli iscritti, a Stefano Boeri, mentre Giuliano Pisapia ha avuto il sostegno Nichi Vendola e della Federazione delle Sinistre.

Boeri e Pisapia hanno tenuto a presentarsi come esponenti che arrivano dal mondo delle professioni, anche se Giuliano Pisapia è stato parlamentare indipendente per due mandati con Rifondazione nel 1996-2001 e Stefano Boeri è stato costituente nazionale del Pd nel 2007. L’unico candidato veramente espressione del civismo cittadino è quindi Valerio Onida.

Sono emersi –grazie a Valerio Onida – pure temi apparentemente meno legati ai contenuti, il patrocinio improprio del Pd su Boeri, l’utilizzo scorretto degli indirizzari, la trasparenza sulle spese della campagna elettorale, ma che attengono alle regole del gioco. Se non altro si è capito che non basta la semplice evocazione delle primarie, perché funzionino veramente c’è bisogno di un quadro regolativo all’interno del quale si sviluppino condizioni di partecipazione paritetiche e garanzie condivise.

Così come un altro elemento di valutazione riguarderà la legittimazione della classe dirigente del Pd, quasi interamente schierata con Boeri. Quando un partito sceglie le primarie, vuol dire che sposta il livello decisionale sulla rappresentanza da un ambito interno ad un ambito esterno ed allargato.

Il Pd – che non aveva un candidato proprio e con candore disarmante dice che ha scelto Boeri perché si riconosce nella sua “vision del futuro” per la città (quindi non ne ha una propria?)– con il suo patrocinio ha distorto il senso della competizione, oltre ad avere usato modalità scorrette per la promozione della candidatura.

Milano sarà il laboratorio politico dell’Italia, probabilmente si voterà insieme per il comune e per le politiche. E’ un’occasione da non sprecare e sono molti i segnali da coltivare. In primo luogo il recupero del senso della comunità ed il richiamo alla preminenza delle istituzioni pubbliche rispetto alle parti, siano esse partiti o interessi di parte. C’è bisogno di un grande lavoro di ricostruzione culturale. E tutti noi noi possiamo dare un contributo. Votate il 14 novembre, scegliete il nuovo sindaco della città, sarà un segnale per tutto il Paese.

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