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RRR rottamazione, ricambio, rinnovamento

11/05/2010

Non piacciono i rottamatori, almeno non piacciano ai componenti la direzione regionale del Pd lombardo alcuni dei quali si sentono offesi da questo epiteto che considerano emblematico dell’imbarbarimento del clima politico. Altri, coetanei dei rottamatori, contestano loro una sorta di volontà di separatezza che non lascia spazi ai non aderenti la setta dei giovani talentosi, altri ancora ci vedono un sottile disegno di posizionamento in pole position in vista dei prossimi eventi politici.

C’è molta ingenerosità e pure del malanimo pregiudiziale, perché la maggior parte dei critici non ha letto i materiali messi a punto dai gruppi di lavoro, in particolare quello sulla buona politica. Si fidano degli slogan semplificatori: limite temporale dei mandati diventa “rottamiamo la classe dirigente del partito con più di tre mandati” senza accorgersi che il tema del ricambio, oltre ad essere uno dei criteri guida del codice etico del Pd, è fra i più votati nell’ultimo sondaggio di Demopolis ripreso questa sera a Otto e mezzo da Lilli Gruber.

Le indicazioni della Buona Politica fanno riferimento a questioni di forma partito, di democrazia interna, trasparenza, rendiconto, per troppo tempo sottovalutate.

Nessuna classe dirigente si mette da parte senza combattere, soprattutto se deve rinunciare a molti privilegi. Possono non piacere i modi ed i toni  dei giovani della Leopolda e li si può tacciare di arroganza, poi occorre argomentare, perché se no si dà l’impressione di difendere la poltrona.

La richiesta di un ricambio generazionale della classe politica è legata quindi ad altri fattori legati alle procedure e alle patologie delle nostre democrazie: alla concezione della politica come professione e come carriera in rapporto alla temporaneità delle cariche pubbliche. Paolo Prodi

La riduzione delle indennità e del numero dei parlamentari sono battaglie da fare insieme, che non possiamo regalare ad altri partiti o movimenti. La preminenza degli incarichi pubblici rispetto alle responsabilità di partito è un principio del costituzionalismo democratico, se i ruoli coincidono ritorniamo al partito che si fa stato.

Il rispetto del mandato, divieto di cumulo sono elementi procedurali che limitano l’esercizio del potere, che è poi il senso della democrazia del nostro tempo.

Per questo la questione del ricambio va affrontata senza pre-giudizi, non è il redde retionem, né un tabù. Un partito autenticamente democratico non può ridursi al tema del mantenimento del potere, specie nelle istituzioni. C’è un abisso ormai fra chi non vive di politica e chi della politica ha fatto una professione.

Più che le accuse occorrono idee di innovazione che ripensino completamente la forma partito cui siamo abituati, che consentano il rinnovamento, la possibilità di reinserimento nella vita civile e non mettano da parte completamente il patrimonio politico dei “gioielli di famiglia”. Nella polis usavano “gli anziani”, oggi possiamo pensare ad un moderno “consiglio dei saggi”, non un ambito onorifico, ma di reale incidenza nei diversi ambiti decisionali può essere una soluzione. Occorre però reciproca volontà di confronto.

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