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Metti un sindaco a Milano

09/02/2010

Madrid scelse un filosofo nelle prime libere elezioni municipali dopo la morte di Franco. Enrique Tierno Galván era un letterato, sociologo e docente di diritto politico, affiliato al Partito Socialista fu espulso dalla Spagna durante il regime franchista, si rifugiò negli Stati Uniti ove insegnava a Princetown. Fu eletto sindaco nel 1979 e riconfermato nel 1983. Riuscì a ridare a Madrid, austera e rigida capitale durante la dittatura, il volto di una città aperta alle idee, alla cultura, all’arte, alla voglia di vivere.

Anche a Milano servirebbe un sindaco dello stesso tipo, per ridare alla città un po’ dell’antica cultura perduta. La vivace città culla dell’illuminismo di Cesare Beccaria, del federalismo di Carlo Cattaneo, delle avanguardie letterarie di Montale, della musica di Toscanini, è diventata alla fine del XX secolo un condominio da gestire  e poi all’alba del XXI il buco nero delle occasioni perdute (Expo in primo luogo).

Dopo una lunga serie di sconfitte ed errori, la sinistra avrebbe oggi l’opportunità di tornare a governare la città di Milano, la differenza si gioca su poche migliaia di voti. Ciò che manca è una classe dirigente in grado di presentarsi come effettiva e credibile alternativa politica. A Madrid intellettuale e politico stavano insieme, oggi a Milano e più in generale in Italia i politici stanno nelle istituzioni e gli intelletuali non sono più organici ai partiti. Con tutte le implicazioni in senso positivo e negativo che ciò comporta.

A Giuliano Pisapia si è così aggiunta la candidatura di Stefano Boeri, architetto del master plan dell’Expo 2015, del G8 della Maddalena, del Centro Europeo per la Ricerca Biomedica Avanzata di Veronesi-Ligresti, del bosco verticale all’Isola e di un pezzo di Porta Nuova, per citare solo alcuni dei lavori affidati al suo studio. “Si presenterà da indipendente come espressione di un progetto civico capace di allargare il perimetro dei partiti, che entusiasma il Pd”.

Dunque l’archistar alla fine comunica da Boston la sua disponibilità, come indipendente naturalmente (ma da cosa?),  manda a dire. E il Pd, dopo mesi di ricerche e di pressing famigliare, è entusiasta.
Sconcerta la disinvoltura con cui la classe dirigente del Pd milanese ammetta la sua inadeguatezza (un altro candidato della “società civile”) ed incapacità a trovare al suo interno una personalità politica di spessore. Di fatto non esiste al suo interno nessuno che possa, non dico arrivare a governare la città, ma almeno aspirare a rendere credibile e contendibile la partita per il sindaco.

L’unico politico a caratura nazionale – a detta del segretario regionale Maurizio Martina – è Filippo Penati e, proprio per queste sue qualità, era stato candidato a governare la regione.  Sconfitto, è rimasto capo della segreteria nazionale, pur essendo vicepresidente del consiglio regionale e (ancora) capogruppo in quello provinciale.

Il Pd milanese rinuncia quindi a presentare un proprio progetto politico sulla città ed adotta – almeno dal punto di vista architettonico – la visione che ne propone Stefano Boeri.  Ciò implica alcune conseguenze, oltre l’esplicita ammissione di subalternità culturale e politica: i legami di committenza del candidato delineano un forte conflitto di interessi in campo (la rinuncia al ruolo nella consulta dell’Expo non li elimina, visti i molteplici progetti in cui Boeri è coinvolto). Se il Pd vuol segnare una vera discontinuità con lo stile politico di Berlusconi e dei suoi epigoni locali deve poter presentare candidati esemplari, che non si prestino a nessun tipo di accusa di interessi in gioco. Quanto all’idea di città e futuro proposta da Boeri, qualche riflessione andrebbe fatta, perché non mi pare abbia sinora delineato vere alternative di sistema o modello sociale, ambientale e territoriale. Ma sarà interessante capire meglio.

Infine alla favola bella del coinvolgimento dei cittadini nella scelta della rappresentanza e del sindaco, non fa finta di crederci neppure la dirigenza del Pd. Che possano esistere procedure per la selezione delle candidature al di fuori delle consultazioni fra pochi dirigenti, non pare affatto un problema.  Così ci troveremo a fare pure delle primarie che legittimano scelte del tutto estranee ad un processo di reale selezione interna.

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