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La Fabbrica Italia dei tempi moderni

06/16/2010

E’ sottile la strategia. Il 4 giugno viene presentato il piano industriale di Fiat Group dal presidente John Elkann e dall’a.d. Sergio Marchionne, c’è anche uno spot celebrativo e retorico, che ce lo racconta attraverso un giovane padre che culla il suo bambino sulle note di Fabrizio Campanelli. Dopo dieci giorni l’ultimatum ai lavoratori di Pomigliano d’Arco: una parte del piano industriale “innovativo” da 700 milioni di euro prevede il trasferimento della linea di produzione della Panda dalla Polonia all’Italia. Ma solo a fronte di un accordo che garantisca l’incremento della produzione grazie a turni di lavoro continui e serrati, il divieto di sciopero, la riduzione o negazione delle assenze pagate per malattia (i primi tre giorni) o altre cause.

Come in altri casi, Fim, Fismic e Uilm si piegano alle condizioni e acconsentendo a sottoporre l’accordo a referendum. Solo la Fiom resiste, considerando i diritti del lavoro – lo sciopero, il riconoscimento della malattia –  indisponibili in quanto fondativi della civiltà giuridica del diritto del lavoro.

E così il 22 giugno ci sarà un referendum fra i 5000 lavoratori Fiat, cui ruotano intorno altri 10.000 di indotto. Qualunque sia l’esito, il risultato di questa vicenda è emblematico della regressione verso un mondo ormai incapace di pensare al futuro.

Solo i colossi delle auto si salveranno, diceva Marchionne mentre cercava partner industriali. Ma la Opel rifiuta l’accordo, troppo poche le garanzie per la conservazione dei posti di lavoro, la Fiat conclude allora l’accordo con la Chrysler per produrre 6 milioni di auto l’anno, 1,4 dei quali da produrre in Italia, quasi il doppio dell’attuale produzione. Degli stabilimenti Fiat, il destino di Termini Imerese è segnato, chiuderà entro il 2011, quello di Pomigliano d’Arco si deciderà forse il 22 giugno, tutti gli altri (Mirafiori, Cassino, Atessa) son sospesi ad un filo.

Il filo del non detto: il mercato dei paesi più ricchi è ormai saturo, di auto, elettrodomestici e di tutti gli oggetti dell’industria meccanica, quello dei paesi emergenti ne assorbirà solo per qualche anno ancora e, comunque, attingeranno al mercato interno. Ma la questione pià importante è che la pressione ambientale è ormai che non possiamo più permetterci una produzione senza limiti, senza tener conto dei vincoli imposti dallo smaltimento dei rifiuti.

Andiamo per necessità verso una società che dovrà ripensare stili e modelli di vita in senso più conservativo, limitare gli sprechi, razionalizzare i consumi verso prodotti a minore incidenza ambientale, utilizzare energie rinnovabili.

Tutto questo nel piano industriale della Fiat non c’è e non è neppure nell’agenda di governo, interlocutore che ha brillato per la sua assenza in un contesto che invece avrebbe bisogno di istituzioni lungimiranti. Perché se non c’è più il lavoro, l’alternativa per gli operai di Pomigliano è il sistema della malavita. Persone più povere non fanno crescere il paese, ma neppure la camorra.

Una parte della responsabilità sta pure al sindacato per non aver svolto il ruolo di cerniera fra l’ambito della società e quello dell’impresa, non cogliendo che il momento della difesa dei privilegi e delle coperture dei comportamenti scorretti era finito.

Nella globalizzazione alla rovescia, se il costo della produzione a Pomigliano diventa uguale a quello in Polonia (dove un operaio Fiat guadagna 350 euro al mese) vuol dire che l’Italia, il lavoro italiano, è diventato terra di conquista del più forte, del più arrogante, del più furbo, di chi sa che non sarà perseguito se non rispetta le regole.

L’uscita dalla modernità lascia dietro di sè la responsabilità sociale dell’azienda e la fabbrica ad isola, il lavoro come diritto.

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