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La filanda e le buone pratiche politiche

05/27/2010

Se in Italia esistesse una Banca delle buone pratiche politiche, come quella di Barcellona, la Filanda di Cernusco sul Naviglio avrebbe un rilievo di primo piano.

Una buona pratica politica è qualsiasi atto, promosso da una amministrazione locale, che migliori in modo significativo una situazione insoddisfacente. Le buone pratiche possono realizzarsi in qualsiasi ambito dell’attività di un ente locale, sia nella gestione interna che come servizio esterno: progettazione di politiche, gestione di servizi, ottimizzazione delle risorse, qualità, partecipazione dei cittadini, concertazione pubblico-privato.

La Filanda era un opificio che, abbandonato per decenni, era stato parzialmente solo ristrutturato dalla giunta precedente, ma senza una definita destinazione finale. Si tratta di spazi molto grandi che si affacciano su un’aerea di verde pubblico proprio al centro della città. L’amministrazione attuale ha deciso di destinarli a dei soggetti precisi – anziani, famiglie e bambini- all’interno di un progetto di coprogettazione sia strutturale che gestionale con le associazioni che si occupano di questi soggetti.

Si tratta di una scelta ambiziosa, in controtendenza rispetto agli indirizzi culturali del presente e non esente da rischi. Le istituzioni restituiscono alla città uno spazio pubblico, mettono a disposizione un luogo per ri-creare relazioni, forniscono cioè l’ambito privilegiato per invertire la tendenza alla solitudine del cittadino globale e per ristabilire una connessione fra la sfera privata e quella pubblica. La filanda, con una scelta coraggiosa, non è stata utilizzata come bene pubblico da mettere sul mercato per fare cassa, né riciclata come parco dei divertimenti, ma diventerà quello che un tempo si chiamava agorà, lo spazio né privato né pubblico, ma più esattamente privato e pubblico al tempo stesso.

Le istituzioni svolgono qui un importante ruolo di pedagogia politica e c’è una forza politica, il Partito Democratico di Cernusco, che se n’è assunto pienamente la responsabilità di indirizzo. La politica torna a svolgere quindi una funzione da tempo messa da parte.

Dicevo dei rischi, in particolare la difficoltà a far recepire anche alle associazioni coinvolte la diversa impostazione culturale in campo: non si tratta di “gestione” di strutture, ma di coprogettazione di funzioni. Le associazioni, che con un ossimoro amano definirsi privato sociale, dovranno essere all’altezza del compito e soprattutto essere disponibili ad invertire il paradigma corrente di pubblicizzazione del privato, vale a dire pagare dei privati per svolgere delle funzioni che dovrebbe svolgere il pubblico. Con chiarezza l’amministrazione ha fatto una scelta diversa: intende conservare la sua responsabilità di soggetto istituzionale. Insomma, la filanda va a buon diritto nel registro della Banca delle Buone Pratiche (BBP).

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