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Province

05/26/2010

La distanza che si poteva coprire a cavallo in un giorno: era il limite delle province napoleoniche, rimasto inalterato sino ai nostri giorni, con le province ritagliate praticamente sui confini delle prefetture.

Nonostante si parli di abolire questo livello istituzionale dal dibatitto costituente, col passare degli anni il numero delle province è aumentato: nel 1861 erano 59, nel 1945 96, oggi sono 110.

La manovra finanziaria decisa ieri da Tremonti prevede l’abolizione delle province più piccole, cioè quelle sotto i 220.000 abitanti che non confinano con Stati esteri e non ricadono in Regioni a statuto speciale. Secondo questa anticipazione quindi non ci saranno più le province di Ascoli Piceno, Matera, Massa e Carrara, Biella, Fermo, Crotone, Vibo Valentia, Rieti ed Isernia.

Il criterio appare rudimentale e non legato ad un effettivo ripensamento dei livelli istituzionali, ma solo ad una riduzione di spesa, peraltro senza una valutazione  attenta dei bilanci di ciascuna provincia, che potrebbe premiare i contesti virtuosi a scapito di quelli meno attenti. Non c’è neppure un’analisi strutturale delle province coinvolte, legata ad esempio ad una valutazione del numero dei consiglieri in relazione alla popolazione residente o un’analisi mirata sulle consulenze esterne e società partecipate.

Si tratta quindi di un provvedimento che non intacca la struttura dell’assetto istituzionale, né i meccanismi di potere e sperpero di denaro degli enti locali.

Sarebbe invece opportuno che, approfittando di questo momento, l’opposizione si facesse portavoce di vera innovazione istituzionale, individuando quei livelli istituzionali non più utili e le aree di sottogoverno funzionali ai soli interessi politici. Ma nelle Linee per la modernizzazione e la riforma democratica dell’ordinamento costituzionale discusse ed approvate nell’assemblea nazionale del Pd del 20 maggio, non si trovano analisi e proposte di questo tipo.

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