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Piattaforme petrolifere: le colpe di Obama e quelle dei governi

05/17/2010

Paul Krugman, premio Nobel per l’economia nel 2008 e  noto per la sua indipendenza di giudizio e per i suoi articoli abrasivi, nel suo ultimo editoriale ripreso dall’inserto economico de “la Repubblica”, considera improprio lo slogan “la Katrina di Obama” coniato da alcuni esperti ed  agenzie per addossare ad Obama  la colpa della fuoriuscita di petrolio dal Golfo del Messico, ma gli attribuisce comumque alcune responsabilità. L’amministrazione Bush aveva depotenziato il Mineral Management Service, che sovrintende alle trivellazioni nel Golfo e da cui dipendono i controlli sulla sicurezza. Di fatto, coloro che avrebbero dovuto controllare l’esistenza di un sistema di blocco sulla piattaforma e di piani dettagliati di intervento in caso di perdite di greggio non lo hanno fatto. Nè era più necessaria la presentazione ed approvazione dell’analisi ambientale per la costruzione delle piattaforma petrolifere.

Obama ha concesso l’autorizzazione ambientale  alla Deepwater Horizon due mesi mesi dopo il suo insediamento e Krugman gli rimprovera la leggerezza di non aver chiesto una moratoria per avere ulteriori informazioni e il non aver  riformato il Mineral Management Service.

Krugman spera che il disastro del Golfo del Messico serva almeno a ripensare le funzioni di controllo proprie del governo, che ai tempi di Clinton  i servizi tecnici svolgevano con efficacia. Sono bastati gli anni di Bush per modificare l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della salvaguardia dei beni ambientali, patrimonio comune, e della disponibilità reale di mezzi d’intervento e di controllo. La marea nera è una sorta di monito, un campanello di allarme per ricordarci che occorrono “politici che credono in una buona arte di governo, giacché ci sono alcuni compiti di cui solo il governo può farsi carico“.

In un mare più vicino a noi, “l’Italia [Ministero dello Sviluppo Economico] ha concesso l’autorizzazione ad iniziare i sondaggi ad almeno 16 piattaforme mobili, la maggior parte appartenenti a compagnie straniere come Northern Petroleum, Petroceltic e Puma. Le attività coinvolgerebbero 7 regioni: Puglia, Emilia Romagna, Marche, Sicilia, Sardegna, Abruzzo e Molise. A questi interventi, infine, vanno aggiunte un’altra decina di procedure di Via (la valutazione d’impatto ambientale) in corso e in attesa di autorizzazione” (Ansa – 30 aprile).

Ne “La Nuova Sardegna” del 15 maggio si legge che “sono state presentate quaranta nuove richieste per la creazione di piattaforme petrolifere nel mare nazionale. Ricerca «tradizionale», dunque. Tre di quelle richieste riguardano la Sardegna. Già conclusa la valutazione di impatto ambientale per la piattaforma della Puma Petroleum e per due della Saras, (una a Sarroch e l’altra nel Golfo di Oristano). I dati emergono dal documento contenuto in un dossier dell’associazione ambientalista Marevivo. Le altre richieste al vaglio riguardano tratti di mare dall’Adriatico alla Sicilia. Nel documento viene riportato l’elenco delle richieste presentate nell’ultimo biennio da diverse compagnie petrolifere, che rispondono alla voce «permesso di ricerca»”.

Dunque è lecito chiedersi anche da noi che tipo di controlli siano stati utilizzati, se e quali saranno i piani di intervento e di emergenza che sono stati predisposti per far fronte ad eventuali emergenze ambientali legate alla ricerca ed allo sfruttamento off-shore. E soprattutto l’importanza di avere un soggetto forte, di valenza istituzionale nazionale che si faccia garante dei controlli e delle procedure. Perché certi compiti sono essere affidati solo alle istituzioni, non si possono affidare a compagini che rispondono al mercato o a lobbies di potere.


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