L’Aquila: antropologia di un addio
“Come ciechi che chiedono informazioni a un passante per attraversare la strada: si affidano a un’autorità”, così Antonello Ciccozzi, il ricercatore di antropologia culturale dell’Università dell’Aquila incaricato dalla procura di svolgere uno studio sull’incidenza delle informazioni fornite dalla commissione Grandi Rischi al tempo dello sciame sismico rispetto alla percezione degli aquilani del rischio sismico. Parole potenti che ricordano quelle di José Saramago in Cecità (…estamos cegos, Cegos que vêem, Cegos que, vendo, não vêem: ciechi, Ciechi che vedono, Ciechi che, vedendo, non vedono) sulla condizione di cecità delle persone che cancella le evidenze sino a far perdere loro la capacità di percezione dell’essenza del reale.
Il rischio dal punto di vista scientifico viene definito come il prodotto fra la probabilità che un evento si verifichi ed i danni che può provocare, quindi nel caso dell’Aquila aveva un valore molto elevato. Esiste però un rischio reale che ha a che fare con la percezione che ne hanno le persone. Ed è questa percezione culturale che, secondo Ciccozzi, le rassicurazioni della Commissioni Grandi Rischi hanno falsato aumentando la vulnerabilità della cittadinanza. La comunità scientifica come un iman, fonte di autorità indiscutibile che orienta il senso comune è la metafora forte utilizzata dall’antropologo per sottolineare il condizionamento subito. “I soggetti tendono a infantilizzarsi, assumere le informazioni dell’autorità in modo acritico e aprioristico. C’è una sospensione del giudizio, ci affidiamo a quello che dicono gli esperti. La commissione si poneva in veste ufficiale, di autorità costituita legittimata a interpretare quello che stava succedendo“.
D’altra parte anche un articolo di Joel E Cohen (Rockefeller e Columbia University) prende spunto proprio dal processo dell’Aquila con il titolo esplicito ”un crimine sismico“ analizzando le difficile relazioni fra tecnici, amministratori e scienziati sociali rispetto alla comunicazione. Salomonicamente Cohen conclude: “Legislators, prosecutors, and judges, in particular, need to understand what natural sciences, social sciences, and engineering can and cannot offer. At the same time, natural scientists must become better educated to work effectively with engineers, public administrators, and social scientists (for example, economists, demographers, and psychologists) to communicate the consequences of scientific findings, especially when high risks are involved“.
L’Aquila quindi come laboratorio di cattive pratiche. Anche dopo il terremoto nella ricostruzione che non c’è o che è diventata un cattivo esempio, come racconta Tomaso Montanari a proposito de l’insensato (ma assai lucrativo) scempio paesaggistico e sociale delle C.A.S.E. o come denuncia con forza Vezio De Lucia in L’Aquila addio sulle indicazioni contenute nello studio OCSE-Università di Groningen “Rendere le Regioni più forti in seguito a un disastro naturale. Abruzzo verso il 2030: sulle ali dell’Aquila” finanziato dal ministero dello Sviluppo economico (Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica) e da CGIL, CISL, UIL. Dell’Aquila rimarrà solo un guscio antico, ”celebrazione del passato“, perché gli interni dei suoi edifici verranno modificati con “moderne soluzioni architettoniche e ingegneristiche… con lo scopo di creare luoghi moderni destinati alla vita quotidiana, al lavoro e al tempo libero, vista come mezzo di costruire un futuro nuovo e sostenibile”. Perdendo per sempre quel genius loci della città fatto dalle relazioni profonde fra territorio, identità e cultura.
Lost in translation
Dopo le polemiche sulle dichiarazioni sui partiti rilasciate a Tokyo il presidente del consiglio Mario Monti scrive al direttore del Corriere della Sera per spiegare che è stato tradotto male e non è stato capito. Anche lui lost in translation.
Foto di signora in un interno di palazzo
Elsa Antonioli, moglie di Mario Monti, mi stava simpatica, con quel suo trolley alla stazione o in giro al mercato, mi sembrava “una tipa normale, una di quelle nonne che si divide fra oneri domestici, famigliari e attività solidali e culturali, vere colonne portanti dell’economia italiana”.
Devo rivedere il mio giudizio: la signora Monti (si, usa il cognome del marito) campeggia oggi sulla copertina di Chi, periodico Mondadori che “si rivolge ad una fascia di pubblico prevalentemente femminile e di cultura medio-bassa, è specializzata nella cronaca rosa e regolarmente pubblica gossip su personaggi famosi“.
Dalle foto al mercato a quelle nelle stanze del palazzo il passo è stato breve, la tanto sbandierata sobrietà è stata messa da parte per un servizio di dodici pagine ricche di foto di famiglia ed aneddoti. Far parlare la moglie per un racconto agiografico del marito, trucco molto usato e sin troppo noto.
Mario Monti ed i suoi ministri hanno dichiarato di non aver bisogno del consenso, si dicono tecnici chiamati a tirar fuori il Paese dal baratro. Ma forse questo Paese non è poi così pronto ed allora ecco il servizio che regala un ritratto più umano di un premier sinora presentato come un alieno. Così si capisce il senso di un’intervista concessa a Chi piuttosto che a settimanali di più marcato profilo culturale o di approfondimento. Che poi a questa operazione di marketing si sia prestata una donna, sua moglie, mi fa tristezza, prima ancora che rabbia.
Foto di anziani leader in un interno

Due anziani, leader ciascuno di ambiti di potere e sfere ideali distinti, sembrano avere in realtà elementi in comuni. Entrambi uomini, di età avanzata, con una uniforme sia essa abito talare o tuta sportiva, devoti ad una fede spirituale e/o terrena. Non hanno parlato del futuro, ma della loro vecchiaia.
L’Aquila prima e dopo

“il silenzio che c’è per le strade. Non passa nessuno, non c’è nessuno. Non ci sono i bambini che giocano, le donne che vanno a fare la spesa, la gente che va in ufficio. C’erano solo quattro cani abbandonati che giravano. E io, che sono abbastanza vecchio, mi ricordo a Roma com’era San Lorenzo dopo il bombardamento degli americani. Avevo 14 anni ed era la stessa cosa. I cani randagi che giravano la città abbandonati, le case puntellate e questo silenzio di morte”.
L’Aquila prima e dopo, il nuovo libro del grande maestro della fotografia Gianni Berengo Gardin, in libreria dal 5 aprile, sarà presentato in anteprima nazionale a L’Aquila martedì 3 aprile alle 17:30. Sala Conferenze Carispaq “E. Sericchi”, Centro Direzionale “Strinella 88” in via Pescara 2.
Caro Antonio … tutto ė nel tempo
Caro Antonio Tabucchi,
La ringrazio. Il Suo libro è stato una gradita sorpresa. Ormai mi ero rassegnato a leggerLa in tedesco, del resto la Sua traduttrice, Karin Fleischanderl, è molto brava, ho visto che ha perfino ricevuto il premio Leibnitz per le sue traduzioni; e poi il mio italiano è ormai stanco, se così posso dire ricordando il titolo di quella Sua conferenza, “Il Tempo è stanco”, che fece nel nostro Istituto e che favorì la nostra amicizia nel Suo soggiorno zurighese. Delle persone che lavoravano nell’ Istituto, almeno quelle che Lei conobbe, non è rimasto più nessuno. Hans K., il nostro Schadenfroh, come lo chiamavamo scherzosamente, ha seguito come un destino la Schadenfreude che effettivamente portava dentro di sé. Ha abbandonato tutto ed è andato a vivere a Vinzel, un villaggio di collina fra Ginevra e Losanna, sopra la cosiddetta strada del vino. So che si è lasciato crescere una lunga barba, calza sandali anche d’ inverno, mangia solo verdure, coltiva ortensie azzurre e nel caffè del villaggio la sera gioca a carte parlando agli abitanti del meccanismo degli astri. Una specie di San Francesco che prima di diventare frate avesse studiato l’astrofisica. Alfred Z. è morto in un incidente d’automobile due anni fa, investito dal Tir di un camionista ubriaco. Io mi sono praticamente messo in pensione. Mantengo come piccola attività una sporadica collaborazione con una rivista scientifica americana e fornisco una consulenza a una grande fabbrica di orologi svizzera. Collaborazione sempre più rara, perché in questa epoca del digitale, i meravigliosi congegni che l’uomo ha inventato nel corso del tempo per misurare il Tempo sono ormai copiati in piccole memorie artificiali che ne riproducono il funzionamento in un modo passivo e senz’anima. Tutto ciò è sconsolante. Pensi: un’entità virtuale, nel senso che esiste solo perché noi la pensiamo (ricorderà Sant’ Agostino, sul Tempo: se non ci penso so cos’ è, se qualcuno me lo chiede non lo so più), è ormai affidata, nella sua misurazione, a uno strumento virtuale. E di ciò viene detto, quando è seguito nel suo corso, «tempo reale». Reale di cosa? Le confesso che provo una certa invidia per la scelta di Hans: forse sarebbe tempo che smettessimo di misurare il tempo e lasciare che sia lui a misurarci, buttare via i nostri ridicoli calendari, con la convinzione di attraversarlo come chi attraversa un’autostrada conducendo spavaldamente il suo veicolo, e lasciare che sia lui ad attraversarci, che poi è quello che in realtà succede. E abbandonarsi all’esserne attraversati, con la dolce rassegnazione di chi non guida ma è guidato, di non voler stare al posto del conducente ma di starsene appoggiati tranquillamente sul sedile posteriore, come il signore che è uscito a fare una passeggiata con la macchina guidata dal suo chauffeur.
Il Suo libro, che ho letto con molta attenzione, forse ha in qualche modo acuito i sentimenti di cui Le parlavo, o perlomeno mi ha ricondotto a certe riflessioni che ci girano in testa, ma che siamo riluttanti a mettere a fuoco, preferendo mantenerle in una sorta di ronzio indistinto, di rumore di fondo che non arriva a essere linguaggio significante. Avevo pensato di mandarLe le mie opinioni sul Suo Tristano, e poi mi sono sentito in imbarazzo, e soprattutto inadeguato. Una cosa erano le nostre serate al Kronenhalle, quando mi lasciavo andare ai miei entusiasmi per La montagna incantata, mentre Lei ascoltava con educazione delle banalità come se fossero alta filosofia, una cosa è mettere nero su bianco tutte le cose a cui la lettura del Suo Tristano mi ha fatto pensare. Però qualcosa voglio dirLe, e per farlo non mi arrischio sul suo terreno, che è la letteratura. Le parlerò di orologi. Ma prima di un orologiaio, un signore che si chiamava Abraham-Louis Breguet. Lo conosce? Breguet era un orologiaio di Neuchâtel stabilitosi a Parigi che ottenne dal ministero dell’interno francese il brevetto d’invenzione per un geniale meccanismo che si chiama «Tourbillon» (è proprio questo il suo nome ufficiale ancora oggi in orologeria). Era il 7 del Messidoro dell’ Anno Nono del calendario repubblicano, cioè il 26 giugno del 1801, quando Breguet poté assicurarsi il brevetto. Era la sigla di un’invenzione geniale: di qualcuno che aveva capito come riparare il Tempo dal peso del mondo. Mi spiego. Lei saprà che la forza di gravità (che chiamo il peso del mondo), quella strana forza della Terra che attrae tutto verso il suo centro, oggetti e creature (e forse anche aspirazioni) che popolano questo globo, esercita un’usura sopra ogni meccanismo, dal più rozzo al più perfetto. Non è l’usura del Tempo, è l’ usura della materia. Non mi dilungherò sulla descrizione del meccanismo ideato da Breguet per compensare gli effetti perturbatori dell’attrazione terrestre. Mi limiterò a dirLe che l’idea fu di riuscire a piazzare l’organo regolatore (bilanciere e spirale) in una gabbia metallica girante su se stessa. Grazie a un giro completo al minuto, il dispositivo annullava gli scarti di percorso, il ritardo del peso del mondo dovuto alla posizione verticale dell’orologio (a quel tempo gli orologi erano da tasca; per quelli orizzontali da polso è stato necessario attendere molto più tardi).
Come seconda cosa vorrei parlarLe del «Rattrappante». Credo che in italiano si chiami così con il calco dal francese, perché altrimenti come potremmo dire: «riacchiappante»? Forse sarebbe più bello, o ancora meglio quella parola che ho sentito spesso nei film italiani, «acciuffare», che dà proprio l’ idea di un uomo che afferra per i capelli il ladro che sta scappando col suo portafoglio. E’ uno strumento che in fondo «riacciuffa» il Tempo per i capelli, altrimenti quello scapperebbe per conto suo. Ma non il Tempo che Lei sta vivendo, perché quello Lei lo sta accompagnando sul Suo orologio. Lei, grazie a questo meccanismo, può misurare un altro tempo, cioè quello di un evento diverso rispetto al tempo che sta vivendo Lei. E grazie a quel meccanismo, Lei può ritornare sul Tempo che come un fiume in piena avrebbe tutto trascinato con sé, il tempo della Sua vita e l’altro, quello in cui Lei non si trovava. E’ un meccanismo che Le consente l’ ubiquità, come la memoria, che Le consente di leggere questa mia lettera stando dove si trova ora e insieme rivivere l’ epoca in cui conversavamo insieme, la sera, al Kronenhalle di Zurigo. Il modo in cui il Suo Tristano, in una lunga agonia, racconta la sua vita, mi ha fatto pensare a questi due meccanismi di orologeria. So bene che nel Suo libro ci sono molte altre cose: l’amore, la guerra, l’ eroismo e la vigliaccheria; tante cose che lascio a coloro che le sanno. Io non sono un critico, non sono più neppure un fisico. Mi può considerare semplicemente un modesto orologiaio svizzero. Ma tutte quelle cose di cui il Suo Tristano parla stanno dentro il Tempo. Tutto è nel Tempo, ha detto un linguista di cui parlavamo nelle nostre serate zurighesi, eccetto il Tempo stesso. Ho l’ impressione che il Suo Tristano lo abbia capito, proprio nell’ ultimo momento della sua vita, quando chiede di sapere che ora è. Mi scriva, caro amico, se trova il tempo. Mi farà sempre piacere. Un saluto cordiale dal Suo Ernst Studer -
Un pozzo chiamato Eleonora
Lo hanno chiamato Eleonora 1 il pozzo che la Saras dei Moratti intende realizzare ad Arborea, all’interno dell’area di ricerca di idrocarburi, anch’essa chiamata Eleonora. Siamo in Sardegna, provincia di Oristano, in un lembo di quelle terre che per quasi 500 anni costituirono il giudicato di Arborea governate fra il 1387 ed il 1402 da Lionora de Bas Serra. Eleonora resse il governo del giudicato con strenua indipendenza, fu legislatrice con la Carta de Logu, uno dei primi esempi di ordinamento costituzionale e giuridico che prevedeva, in tempi bui per i diritti delle genti , l’uguaglianza degli uomini davanti alla legge e tutela per le donne ed i minori.
Il legame che unisce un pozzo di idrocarburi con il personaggio simbolo dell’indipendenza sarda sta quindi nella sua localizzazione geografica. O per meglio dire, nel voluto corto circuito semantico che vorrebbe trasformare un’operazione di sfruttamento delle risorse locali in un elemento di valorizzazione.
E’ un gioco ben noto: la prospettiva di sviluppo legata alle risorse energetiche che arriverebbero dallo sfruttamento del pozzo, in un contesto sempre più impoverito dalla mancanza di lavoro e dipendente dall’esterno per l’energia, viene presentata come l’opzione privilegiata che darà il nuovo avvio alla crescita. In realtà si tratta dello sfruttamento di una risorsa naturale da parte di un soggetto privato, mentre le istituzioni regionali riceveranno solo le royalties stimate intorno al 10% della produzione annua (tra 1 e 3 milioni di euro l’anno), nulla comune e provincia e pochissimi posti di lavoro.
Entro la fine del mese la regione Sardegna dovrà pronunciarsi sulla necessità della valutazione di impatto ambientale, lo studio presentato dalla Saras si riferisce al solo pozzo esplorativo, un’attività limitata nello spazio e nel tempo, e non esamina gli impatti legati allo sfruttamento massivo del giacimento. In quest’ultimo caso infatti ci saranno ripercussioni legate alla diversa scala degli impianti e delle infrastrutture da realizzare collegati alle attività estrattive, di trasformazione del combustibile, alla mobilità. Soprattutto non sono affatto analizzati gli scenari di rischio ambientale, quelli di clean up and restore ed i relativi costi correlati, all’interno di una valutazione di medio-lungo periodo. Così come risulta assente il riferimento alla necessità di fideiussioni di garanzia per evitare che tali costi ricadano un domani solo sulla collettività, pur essendo stati prodotti da un soggetto privato.
In ogni caso, anche in relazione all’analisi degli elementi di valutazione proposti dallo studio per la sola realizzazione del pozzo, non sono stati presentati gli scenari di legati alla possibilità di incidenti di varia natura (contaminazioni di falda, rotture dell’isolamento delle pareti, blow up, sversamenti di fluidi, fuoriuscite di gas). E ci troviamo vicino a siti di elevata valenza ambientale (lo stagno di S’Ena Arrubia e le zone umide contermini di Oristano) ed agricola (da qui proviene gran parte della produzione di latte ed ortaggi dell’isola).
Eleonora avrebbe richiesto prima di tutto che si predisponesse un piano energetico regionale, rivolto con particolare attenzione alle risorse locali rinnovabili, quindi la valutazione di impatto, sia per il pozzo odierno che per l’eventuale impianto di sfruttamento futuro collegati agli scenari di rischio, ma soprattutto avrebbe richiesto un’assunzione di responsabilità rispetto ai danni arrecati alle risorse naturali della sua Arborea.
Vorrei che il Comitato Civico “No al Progetto Eleonora” (comitatonoeleonora@gmail.com) nato con “lo scopo di divulgare le ragioni di forte critica all’ipotesi di trivellazioni nel nostro paese”, si facesse promotore di un altro “progetto Eleonora”, per riscattare Eleonora dalla mistificazione semantica del pozzo.
Cozze pelose
Una passione molto nota quella di Michele Emiliano per i molluschi crudi: il polpo crudo mangiato a morsi era un’immagine/narrazione funzionale alla sua immagine di uomo forte molto utilizzata durante la sua campagna elettorale per l’elezione a sindaco di Bari. Avrebbero quindi fatto leva su una debolezza ben nota gli imprenditori Degennaro che alla vigilia di Natale 2007 gli inviano in dono champagne, vino, formaggi, quattro spigoloni, venti scampi, ostriche imperiali, cinquanta noci bianche, due chili di allievi (seppioline) di Molfetta, otto astici e cinquanta cozze pelose. Un peccato di leggerezza in cui sarebbe caduto come un fesso. Insomma le cozze pelose sono un peccato di gola, non configurano un reato di corruzione. Ad una domanda su eventuali ed opportune dimissioni: “Comodo, ma non giusto. Voglio rimanere fino alla fine, mettere a frutto quello che ho imparato da questa vicenda, guardarmi attorno con più attenzione e fare pulizia, sbattere fuori dal comune di Bari chiunque si sia avvicinato a me per fare i propri affari. Poi potrò passare la mano a qualcun altro. Dubito più onesto, magari più furbo”. Una cozza, per di più pelosa, che sta attaccata al suo scoglio.
Altre storie in giro per l’Italia regalano episodi opachi ove imprenditori e politici mescolano interessi e soldi, perché se Emiliano è (sinora) un fesso, altri politici ed imprenditori – dalla Lombardia alla Toscana – sono accusati di reati di corruzione, in un intreccio opaco di interessi e conflitti di interesse.
Perché suona davvero singolare che un consigliere di amministrazione del Fondo Italiano per le Infrastrutture (F2i), quello che ha vinto per un euro la gara per la vendita di una quota della SEA, la società di gestione degli aeroporti di Linate e Malpensa ed è pronto ad entrare nel sistema aeroportuale toscano, sia pure responsabile del dipartimento Infrastrutture del Partito democratico. Si tratta di Riccardo Conti, nominato nel cda di F2i su indicazione del Monte dei Paschi di Siena, dopo essere stato per dieci anni assessore alle infrastrutture e ai trasporti della Regione Toscana. Un incarico non elettivo dopo la fine dei mandati. Una cozza pelosa.
Eppure solo pochi mesi fa Pierluigi Bersani aveva definito un “errore” la nomina di Franco Pronzato, condannato per corruzione per una tangente da 40 mila euro ricevuta in cambio di concessioni di volo nella veste di consigliere nominato dal partito all’Enac, a responsabile del trasposto aereo del Pd. Una cozza pelosa anche lui.
Di conflitti d’interesse che condizionano comportamenti e scelte di chi riveste incarichi istituzionali (elettivi e non) è piena la vita politica ed economica del nostro paese e neppure la distinzione fra peccati e reati è più molto chiara. Da nessuna parte politica, ahimè. Senza offesa per le cozze pelose, quelle vere.
Il Pd e la proprietà transitiva
La Fiom appoggia il Tav, ma il Pd è contro il Tav, dunque il Pd non va alla manifestazione della Fiom.
Rifletto di fronte ad un ragionamento (ragionamento?) così rudimentale: i vertici del partito non governano le vicende della contingenza e quindi preferiscono con calcolo pilatesco stare fuori dalle complicazioni, tanto uno sciopero passa presto e nessuno se lo ricorda più, oppure sono davvero convinti che lo sviluppo del Paese passi attraverso un tunnel e le misure di un governo, presentabile sì, ma inconfondibilmente liberista e che quindi non gli si possa manifestare contro.
“La gente non capirebbe” ha chiosato Enrico Letta ieri sera a Otto e mezzo, un linguaggio arrogante che dimentica le sberle che “la gente” sta rifilando al Pd ogni volta che impone persone e scelte senza confronto dialettico. Pierluigi Bersani osserva: «Qui c’è un problema che non riguarda una ferrovia ma cosa intendiamo per democrazia. Che è un sistema inventato per decidere attraverso meccanismi di rappresentanza e di partecipazione. Sulla Tav c’è stata un’abbondanza di passaggi istituzionali democratici che vanno rispettati. Tutto il paese è investito da fenomeni che vanno sorvegliati e su cui va pronunciata una parola chiara. Non si può non vedere che è in corso sotto il titolo Tav, che c’entra fino a un certo punto, una sequenza che abbiamo già conosciuto». Appunto, ma non nasconda il Pd dietro il Tav altre faccende che riguardano questioni cruciali per la democrazia e per la sopravvivenza dei partiti in generale e del Pd in particolare: i modi con cui si prendono le decisioni, l’espressione del dissenso, la creazione del consenso e la legittimazione della rappresentanza. Non era proprio il Pd quel partito che voleva avere quella “vocazione maggioritaria” capace di raccogliere al suo interno le diverse anime del Paese?
Se dopo trent’anni i valsusini sono ancora contrari, non si sono lasciati convincere ed anzi hanno avanzato ragioni che hanno portato alla revisione del progetto iniziale, evidentemente fuori bersaglio per costi ed impatti, c’è il legittimo sospetto che non possano essere considerati dei ribelli irriducibili, sordi alle sirene dello sviluppo, ciechi che non vedono ritorni ed indennizzi economici. Di fronte a posizioni contrarie e pure così capaci di argomentare la contrarietà da rendere necessaria la revisione dei progetti, si devono mettere in campo opzioni dialettiche volte alla costruzione del consenso. Altrimenti non ci si trova di fronte ad interlocutori democratici ma autoritari, che fanno derivare la loro legittimità dal solo principio di autorità.
Marco Revelli ha sottolineato come sia venuto meno in Val di Susa il patto civile fra cittadini e istituzioni: “è difficile non cogliere l’evidenza empirica della forbice sempre più larga – un abisso – che si va creando tra le pratiche autoreferenziali e burocraticamente formali delle istituzioni nazionali e continentali (di quella che con drammatica ironia si chiama “politica”) e le domande sempre più esasperate di partecipazione (o anche solo di ascolto) che salgono dai territori”.
Domande che salgono verso l’ambito della deliberazione oltre che della rappresentanza, sindacale, partitica e politica. Se vale la proprietà transitiva.
Comportamenti inammissibili
Così il presidente Giorgio Napolitano sul TAV.
“Monti rischia la vita, il nord lo farà fuori“, così Umberto Bossi, deputato Lega Nord, già ministro per le riforme ed il federalismo. Inammissibile, appunto.

